21.12.09

Manifesto del nullismo natalizio

non fate regali.
non addobbate le case.
non scrivete biglietti d'auguri.
non telefonate a persone ormai perdute.
non effettuate visite di cortesia.
non litigate per le assegnazioni dei pranzi festivi dai parenti.
non correte la vigilia di natale per gli ultimi regali.
non fate durare il cenone più di un'ora al massimo.
non commuovetevi di fronte alla famiglia riunita.
non dite, che freddo è proprio tempo di natale.

17.12.09

Dicembre sui davanzali

Non si accorgerà di te se le arrivi di spalle, ammesso si possa chiamar così la piccola gobba cremosa che è la sommità del dorso della cinciarella. Un dito indice di uccellino, coda esclusa, tondino di testa su tondo di corpo, collo vaporoso che si spalma morbido a destra e a sinistra nei gesti della fame. Le zampe sottilissime, neri rami in miniatura, cavalcano una candida briciola di pane fra mille sul davanzale e il capo azzurro, con la riga di mascara nero sul giallo del muso, là dove si stende il profilo degli occhi, ticchetta minuscoli e decisi affondi di becco.
È inverno.
Di sotto, su sentieri di esili impronte che fan gincane nella neve, attende la gatta dei vicini. In questo freddo ingrato, gonfia nella pelliccia tricolore, s’accontenta di resti di resti, slinguettando briciole inadatte alla sua stazza, poco più calde e nutrienti della neve. Dagli alberi intorno la spiano cince e pettirossi, che tu a tua volta spii non visto dalla finestra, ed è tutto un balletto silenzioso.
La cinciarella, ignara, continua a deliziarti. Se potessi faresti anche più piano, nel timore che la sola carezza degli occhi possa mettere in fuga la piccolezza resoluta, il vivido gomitolo di gialli e azzurri e neri. Immobile, osservi il suo impegno e la sua soddisfazione, ti rendi palo sotto le sue occhiate rapide e frequenti, palo fermo e inanimato. Poi, sul più bello, la vedi afferrare col becco una briciola grande, intera, e spiccare il volo dal bordo che dà nel bianco.

11.12.09

Devo andare a lavorare

Non è possibile continuare così. Non posso svegliarmi tutte le mattine con il peso in testa, nelle braccia, nello stomaco, sulle ginocchia, alle caviglie, nei piedi, in ogni lembo di pelle, non ce la faccio, devo trovare una soluzione, un approccio diverso a questo vivere quotidiano che prevede che io vada a lavorare tutti i giorni, nello stesso posto, a fare le stesse cose, a discutere degli stessi problemi, con le stesse persone, ad ascoltare i soliti discorsi, nella stessa prigione in cui mi nutro di pane e acqua tutti i giorni, pane e acqua, sopravvivenza.
Ma se sopravvivere vuol dire perdersi, allontanarsi, distaccarsi, spezzarsi, snaturarsi, dissolversi, annientarsi, da se stessi, ridursi allo stato di bestia, sopravvivere è veramente la cosa più difficile per un essere umano!
Non è più facile vivere?
A rigor di logica non fa una piega eppure ogni giorno sopravvivo. Giunta a questa consapevolezza e a quella che a rigor di logica è più facile vivere ma che non so farlo, devo trovare il modo per ‘’sopravvivere pienamente’’ altrimenti sopravvivo a metà e vivo a metà e penso a metà e soffro a metà e tutto è a metà e niente è fino in fondo. Fondo, fondo, fondo, toccare il fondo, a volte può servire, forse. Toccare il fondo cosa significa?
Perdersi, allontanarsi, distaccarsi, spezzarsi, snaturarsi, dissolversi, annientarsi, da se stessi veramente, diventare cinici nel profondo e poi da li rinascere, riconquistare giorno dopo giorno l’importanza di ogni cosa, sceglierla daccapo con consapevolezza vera questa volta.
Potrebbe andare così, non lo so. Ma so che non sono capace di riuscirci.
Cosa posso fare allora? Potrei licenziarmi. Potrei, ma non posso. Ho un mutuo, un’assicurazione vitae, una casa da mantenere, le tasse universitarie da pagare, i libri e poi non potrei più viaggiare, e poi non ho più vent’anni.
Insomma neanche questa possibile soluzione è fattibile. Cosa posso fare allora?
Cambiare me stessa. Si bella idea, cambiare. Ma so che non sono capace di cambiare anche perché cambiare un po’ significherebbe, perdersi, allontanarsi, distaccarsi, spezzarsi, snaturarsi, dissolversi, annientarsi, da se stessi veramente, diventare cinici nel profondo e poi da li rinascere, riconquistare giorno dopo giorno l’importanza di ogni cosa, sceglierla daccapo con consapevolezza vera questa volta. Insomma, neanche cambiare me stessa può essere una soluzione. Ma allora non c’è una soluzione?
Devo rassegnarmi a svegliarmi tutte le mattine con il peso in testa, nelle braccia, nello stomaco, sulle ginocchia, alle caviglie, nei piedi, in ogni lembo di pelle, oddio non ce la faccio, ci deve essere una soluzione, un approccio diverso a questo vivere quotidiano che prevede che io vada a lavorare tutti i giorni, nello stesso posto, a fare le stesse cose, a discutere degli stessi problemi, con le stesse persone, ad ascoltare i soliti discorsi, nella stessa prigione in cui mi nutro di pane e acqua tutti i giorni, pane e acqua, sopravvivenza.
E’ tardi, devo andare a lavorare, ci penserò domani.

4.12.09

Una grande storia

Ora t'incollo alla pagina.
Giuro che lo faccio. E sai come? Ti racconto una storia, ma una di quelle storia che proprio non puoi staccarti dalla pagina. Davvero. Senti che dico, non appena leggerai i primi righi, non riuscirai a staccarti.
Ti racconto una di quelle storie, ma una di quelle storie che giuro, non ti scorderai. T'invento certi personaggi che non hai mai visto da nessuna parte poi t'invento certi dialoghi che sembra di vederli al cinema e poi t'invento certi intrecci narrativi che non ci capisci più niente. Lo vedi ? Già ti stai incollando alla pagina. Già sei curioso e vorresti sapere come va a finire la storia, ma siamo ancora all'inizio e questo è il bello delle grandi storie, devi avere pazienza che a poco a poco ti appassioni e non la lasci più.
Questa storia, dicevo, è una di quelle storie, ma una di quelle storie che davvero non si leggevano da anni, ma tu rispondi al telefono ora, non t'incollare troppo che tanto lo scritto rimane, rispondi - che potrebbe essere qualche notizia importante, qualcuno che non senti da tanto, ma se succede che non rispondi a telefono perchè continui a leggere e non riesci proprio a staccarti vuol dire allora che questa storia davvero ti sta incollando alla pagina e io che te la sto narrando sono un grande scrittore, uno di quelli che incolla alla pagina perchè ho la capacità di non farti rispondere ad una telefonata che potrebbe essere importante ma che tu eviti pur di non staccarti dalla pagina.
E allora la vuoi sentire sì o no questa storia? Guarda che è una grande storia, una di quelle storie che non ti scordi più e se aspetti giusto due minuti, guarda, te la racconto tutta perchè merita davvero, devo giusto ricordarmi da dove cominciare perchè i fatti sono tanti, dammi solo due minuti e cominciamo. Giuro, solo due minuti e siamo pronti. Ma tu non ti muovere altrimenti non capisci più niente. Capito? Io sono lì fra due minuti, solo due minuti.

3.12.09

Le cose

Hmmm hmmm clic bleah. Cammina cammina clic non cammina più. Tic tac tic tac clic crac. Bisogna stare attenti. Sole sole sole sole clic pioggia. Alle abitudini. Ffff ffff ffff clic bum! Firulìn firulà firulìn firulà clic silenzio. Perché. Luce luce sempre luce clic Dove sei che non ti vedo? Perché. Cara caro cara caro caro cara clic la lama di un coltello. Perché le cose cambiano. Clic.

30.11.09

Ragionamenti

Le persone a sentirle parlare hanno tutte ragione. Così si fatica a capire com’è che il mondo va male; se ognuno di noi è nel giusto, logica vuole che tutti siamo nel giusto. E invece no, perché a prestare attenzione ai discorsi delle persone c’è sempre quello lì o quella lì (quelle lì o quelli lì) che stanno sbagliando di brutto, che non si sa come farglielo capire, che ci abbiamo provato ma è come parlare al muro, che quella lì o quello lì (quelli lì o quelle lì) sono irrecuperabili, non cambieranno mai. E noi che ascoltiamo parlare la persona che è nel giusto non possiamo che dirci d’accordo e annuire che sì, è proprio così, ma dentro noi stessi pensiamo che anche la persona che parla e si crede nel giusto sta sbagliando a comportarsi o a pensarla in quel modo, che se ci trovassimo noi nella sua situazione agiremmo diversamente e in pochi minuti risolveremmo l’inghippo e ricondurremmo quello lì o quella lì (quelle lì o quelli lì) - che sono evidentemente nel torto - alla ragione. E insomma fa bene Carlo, a non dar confidenza nessuno.

27.11.09

Poesia di Natale

Ebbene, per una serie di ragioni mi è stato chiesto di scrivere una poesia sul Natale. Ammetto, in tutta onestà, che la cosa è spiazzante. Lì per lì ho detto: beh, va bene, sì si, bene, scriverò una poesia sul Natale. Ma sentivo comunque una certa perplessità. Di certo, non ho mai pensato di scrivere una poesia sul Natale. Cioè, una volta avevo scritto un racconto sul Natale, ambientato nel giorno di Natale in un'agenzia ippica, poi l'ho un po' cambiato, riscritto, e alla fine il Natale non c'era più. Quindi si potrebbe dire che non ho mai scritto nulla sul Natale. Anzi no, un'altra volta ho riscritto una commedia per un saggio di alcuni ragazzi, mi dice la prof: ecco, ci sarebbe questa favola, sul Natale, andrebbe messa in scena. Ho capito, va bene, la facciamo, sì sì, bene. Poi l'ho letta. Poteva essere Dickens, che ci fanno pure i film con J. Carry. Invece era Guareschi, e, beh, per capire bisognerebbe leggerla. Fatto sta che alla prima stellina cometa, alla prima "magia" di Natale m'è preso il mal di mare e allora ho riscritto tutta una roba con delle formiche rivoluzionarie, dei corvi... bah insomma, forse qualcosa della favola c'era ancora, ma insomma diciamo che non era più una favola di Natale, col Natale.
Così ora eccomi lì col foglio bianco, dopo che mi scrivono la mail con nero su bianco "aspettiamo il tuo testo". Cioè,la poesia sul Natale.
Ora, mi chiedo, esiste forse un tema più difficile che una poesia di Natale? Che se parli dello spleen della città, del consumismo, del panettone, sei scontato. Se parli di cosa ti cucinava tua nonna, del ritrovo in famiglia, di te coi regali a tre anni, sei retorico. Se parli del freddo, della neve, della notte, sei naive. Se parli del tema religioso... e come fai a parlare del tema religioso partendo dal Natale in una poesia di Natale? E' tutto molto complicato. Allora un flash: ricordo di aver comprato anni fa un libro di Brodskij dal titolo "Poesie di Natale". E rammento chiaramente di non averlo mai letto tanto bene per il motivo, appunto, che c'erano "poesie di Natale", il che è piuttosto respingente, quantomeno per me, a ben vedere. Però, uno si dice, forse provare a leggerla, una poesia di Natale di Brodkij, perché no, potrebbe anche aiutare a trovare una strada... e trovo questi versi, che sono solo l'inizio di una poesia più lunga, e mi dico: però, Broskij, lui ce l'ha fatta a scriverla la poesia di Natale.

Il secondo Natale in riva al Ponto
che non è mai ghiacciato. La stella
dei re Magi sul recinto del porto.
Non posso dire di non riuscire
a vivere senza te - visto che vivo.
Come da questa pagina è evidente.
Esisto: trangugio la mia birra, imbratto
fogli, e l'erba, la calpesto.

Qui ci sarebbe un post libero...


25.11.09

Facciamo che io ero Leopardi e tu eri la siepe...

Edouard Léve

maddormentavo (ovvero amanti del matarazzo)

Maddormentavo di tutto.
Ronfavo come una caffettiera indecisa.
Maddormentavo di notte, manco a dirlo, ma ad una velocità tale che i compagni di letto - dormivamo in tanti all'epoca, a turni, ma io c'ero sempre, stakanovista del cuscino - venivano a controllare che fossi ancora vivo.
Maddormentavo a lezione, poca cosa direte, ma in prima fila in faccia al professore, che non poteva fare altro che fermare la lezione.
Maddormentavo in treno, fino all'ultima stazione - non mia - fino al capolinea sull'autobus, in macchina per tutto il viaggio, fossero curve e tornanti o comoda autostrada.
Maddormentavo in fila alla posta, dal salumiere, dal dentista durante l'otturazione, in Chiesa al confessionale, negli spogliatoi dei negozi d'abbigliamento, in spiaggia sulla sabbia e in mare al largo. Maddormentavo in piedi, sul prato, in ginocchio, accoccolato, seduto col rivolo di bava, dopo l'ultimo singulto di piacere, dopo aver fatto la domanda sbagliata.
Maddormentavo durante la resa dei conti.

"Dormi chiossai d'u matarazzu", mi dicevano. E mi piaceva sentirmelo dire - sarà che in dialetto novarese il materasso è tuttaltro che statico: mi diceva, sogna e vai.



Perché se uno non c'ha voglia gli altri devono provare a convincerlo? Non c'ha voglia, no? Basta. Lasciatelo in pace.

post it # 27


Questa settimana il numero delle cose che mi preoccupano è salito a 15. Due in più rispetto all'ultimo aggiornamento. Per quanto ci provi, sono incapace a immortalare in foto l'intensità oggettiva del mio lavandino. E credo che gli occhiali da lettura stiano assumendo un atteggiamento decisamente ostile. Devi assolutamente fare qualcosa! C'è bisogno che ti ricordi che la maniglia della porta della mia camera ha cominciato a girare da sola? Voglio un hamburger; e la serie completa dei personaggi di Star Wars fatta coi pupazzetti del Lego. Poi puoi toglierti dai piedi. (Fino alla prossima consulenza su quale immagine adottare come nuovo avatar del mio Facebook).

24.11.09

e se c'hai

e se c'hai un amico - pure uno solo - col quale perderci i pomeriggi a vagare per una città qualsiasi, che ti frega del lavoro che ti annoia che ti frega della politica e del governo che va in malora che ti frega dei titoli del giornale e della televisione spazzatura che manda i film belli la notte alle tre. Dicevo, se c'hai questo amico, puoi passarci il tempo a prendere in giro i passanti o a guardare le donne che tornano a casa di sera, posare il culo al bar sottocasa e parlare due ore dei film di Tarkowsky che non se lo caga nessuno perciò ti piace.

23.11.09

Domani parto

Mentre pensavo il pensiero tondo che tutto sta nel ritmo e mi chiedevo se il mondo è musica o rumore, mentre pensavo a quante parole mute e ritmo era il mio passo lungo nelle foglie, mentre pensavo, da un cespuglio basso il vento ha liberato un ricordo vecchio di sole, che fa così:

un ombra terra ghiacciolo di menta
passa mia madre però non mi vede
due vieni qui zitto con me c’è posto
tre quattro trema per la corsa il piede
mese di spine cinque resto ferma
sei cuore in gola appallottolato
sei cuore in gola è ancora troppo presto
sei pomeriggio sai che ti aspettavo
sette otto nove dieci non ti volti
dieci mollette per i miei codini
dita di miele chiamano le mosche
ginocchia rosse lividi di guerra
undici piani pieni di balconi
terra pestata sotto il sempreverde
dodici ombra tredici paura
urla gradini il sole come scotta
‘ttordici è toppa è toppa è toppa
quindici sediciassette diciotto
aspetto ancora aspetto aspetto aspetto
siamo a settanta fine della conta
da qui ti vedo faccia di matita
domani parto viaggio pesci mare
da qui ti vedo scattano le gambe
erba discesa un salto sono fuori
è muro è casa ti sfioro mi tocchi
liberi tutti nessuno mi batte
liberi tutti nessuno mi batte
liberi tutti nessuno...

Tre romanzi in sei righe



Data la presenza di un pianoforte, la polizia di Brest ha ritenuto che le riunioni del candidato Barde Artigues non fossero di carattere elettorale. Contravvenzione. Ammenda.

***

Ieri a Rouen il signor Colombe si è ucciso con un colpo di rivoltella. Nel marzo scorso sua moglie gliene aveva sparati tre. I due erano in attesa di divorzio.

***

Senza casa né lavoro, Louis Lamarre aveva però qualche soldo in tasca. E' entrato in una drogheria di Saint-Denis, ha comprato un litro di petrolio, e se l'è bevuto.

(Félix Fénéon, Romanzi in tre righe, Adelphi)

22.11.09

E ha detto


Il direttore era disperato. Aveva ricevuto la lettera di un ragazzo, che era disperato anche lui e voleva uccidersi, e il direttore non sapeva che fare, "Che gli dico a questo? Tutti vogliamo ucciderci, a diciotto anni!"... e noi facevamo di sì con la testa, tutti un po' tristi, tranne Castelli, che è rimasto pensieroso un po' e poi è sembrato che si ricordasse e ha detto: "Io no, io volevo uccidere gli altri!".


(Tiziano Sclavi, Le etichette delle camicie)

Il leone e il Cronopio

Un cronopio va per il deserto e si imbatte in un leone; fra loro si svolge il seguente dialogo:
Leone Ti mangio.
Cronopio (addoloratissimo ma con dignità) E va bene.
Leone Ah, no. Non cominciamo a fare il martire. Mettiti a piangere o lotta. A te la scelta. Altrimenti, come posso mangiarti? Muoviti, sto aspettando. Non dici niente?
Il cronopio non dice niente, e il leone è perplesso, finché non gli viene un'idea.
Leone Meno male che mi si è conficcata una spina nella mano sinistra che mi dà molta noia. Toglimela e ti perdonerò.
Il cronopio gli toglie la spina e il leone se ne va mugugnando contrariato. Grazie, Androclo.


(Storie di cronopios e di famas, J. Cortazar, trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini)

Come Dorothy salvò lo Spaventapassere

Dopo aver salutato i suoi amici Succhialimoni ( ma la piccola, durante la cena, li aveva visti succhiarsi l’un l’altro una cosa che solo lontanamente somigliava ad un limone ) Dorothy si rimise in cammino sulla strada disseminata di murales inneggianti a rappers caduti in battaglia. Dopo aver camminato un fracco, decise di svaccarsi un po’ nell’erba e si avvicinò allo steccato che delimitava la strada, oltre il quale si stendeva un campetto di calcio abbandonato. In mezzo al campo - chissà perché – c’era uno Spaventapassere infilzato ad un palo che gemeva rumorosamente.
Dorothy, ancora stordita dal vino che le avevano quasi a forza tracannato in gola, si mise ad osservare assorta lo Spaventapassere. Era brutto, bruttissimo. Aveva l’acne, i capelli stopposi e i denti marci. Portava una camicia di flanella a scacchi ( come ai bei tempi del grunge ) e pantaloni rosa corti al polpaccio che mostravano calzini di spugna da tennista sotto un paio di mocassini grigi.
Mentre Dorothy osservava incuriosita lo strano esemplare che si contorceva rimanendo fermo nello stesso posto, si meravigliò di vedere che di tanto in tanto uno dei brufoli vulcanici che assediavano il volto dello Spaventapassere si gonfiava ed esplodeva da solo, rilasciando un liquido verdastro che gli colava addosso ricoprendolo di filamenti maleodoranti. In più, al tipo gli colava il moccio dal naso e gli finiva direttamente in bocca, dato che lo Spave aveva le mani legate dietro la schiena.
Quando si accorse che lui la guardava, la ragazzina gli si avvicinò ad osservarlo meglio.
- Oh allora? – disse lo Spaventapassere con voce un po’ provata.
- Hai parlato? – domandò sbalordita la bambina.
- Abbiamo qui la figlia di Einstein! – commentò sarcastico lo Spaventapassere.
- Come stai? – domandò la piccola, che era stata educata dalle suore ad essere sempre educata come una suora.
- Dimmi, cara, come vuoi che stia con un paletto infilzato su per il culo? – rispose lo Spaventapassere col sorriso più accomodante possibile.
- Non vuoi scendere? – domandò Dorothy.
- Secondo te?! –
Dal tono disperato dello Spaventapassere, Dorothy intuì che doveva aiutarlo. Non senza difficoltà riuscì a staccare il fantoccio dal palo: era tutto pieno di secrezioni, tanto che le insozzò parte del vestitino pulito.
- Mamma mia – sospirò quello, appena poggiata la suola dei mocassini per terra. – Adesso mi sento di nuovo un po’ più uomo. Se non avessi avuto anche le emorroidi… -
Poi, fattosi più gentile, si rivolse alla ragazzina: - Chi sei? E dov’è che te ne vai? E che fai venerdì sera? C’hai da fumare?
La bimba rispose pronta: - MichiamoDorothyedevoandareinquelpostoadincontrarequeltalemisembrasichi
amiilmagodiOzzychemiaiuteràafarmitornareacasasanaesalva.
- Che ?!
Dorothy ripeté più lentamente.
- Ozzy? – domandò lo Spaventapassere. – Ozzy quello dei Black Sabbath? -
- Oh io questo non lo so, - rispose malinconica Dorothy. – So solo che lui è un uomo molto potente. -
- Io ne so meno di te, - fece quello, trattenendo con tutte le forze una poderosa scorreggia perché in fondo si trovava sempre in presenza di una ragazzina.
- Com’è che non scappi via da me inorridita? – le chiese, sinceramente incuriosito.
- A scuola mi hanno insegnato ad avere compassione di tutti. –
- Beh, sai, io sono uno Spaventapassere. Appena una passera mi scorge – anche una passerina come te – di solito si dilegua subito… -
- Mi fai una gran pena – disse lei con sincerità tutta infantile.
Lo Spaventapassere mandò giù il boccone amaro e si limitò a chiederle: - Pensi che se venissi con te in quel posto dove stai andando, Ozzy risolverebbe anche qualcuno dei miei problemi? Non che io ne abbia particolarmente bisogno, ma sai… -
- Non saprei proprio, - rispose Dorothy, - ma vieni pure con me, se ti fa piacere. Se Ozzy non ti darà quello che cerchi, certo peggio di così non potrai diventare.
Brutta peste di merda, pensò lo Spaventapassere. Ma si cacciò le mani in tasca e non disse altro.

21.11.09

malcelati (ovvero il parto del primo post)

Ho un malcelati che parte dalla radica della collo, e mi sento come appena sveglio da una sbronza di vino rosso a basso costo.
Ho malcelati, ascolto meglio il dolore e sento che parte da metà schiena, come se avessi sollevato il baricentro della città - che resta basso e la lascia salda al suolo attaccata a se stessa.
Ho malcelati, dico, ma ormai sento che parte dal coccige come se avessi preso una culata a terra, cazzo, scivolato sul ghiaccio.
Ho malcelati, e arriva dalle ginocchia, dalle piante pesanti dei piedi, dalle spalle, dalla pancia, dall'addome e dallo stomaco.

Più cerco di descriverlo, più lo sento, più si espande, scricchiola per il corpo, muta forma e entità, si fa acuto e pulsante, martellante e costante, oppressivo.
Adesso è lui che scrive, per mano mia.
Guardo lo schermo ad occhi semichiusi, per il dolore d'aghi alle pupille: il Malcelati adesso è tanto gagliardo da volersi firmare, ma sono io a dover trovare il finale, perché lui non ha fantasia, sa solo dolere.

20.11.09

malditesta (ovvero il parto del primo post)

Ho un malditesta che parte dalla radica della collo, e mi sento come appena sveglio da una sbronza di vino rosso a basso costo.
Ho maldistesta, ascolto meglio il dolore e sento che parte da metà schiena, come se avessi sollevato il baricentro della città - che resta basso e la lascia salda al suolo attaccata a se stessa.
Ho malditesta, dico, ma ormai sento che parte dal coccige come se avessi preso una culata a terra, cazzo, scivolato sul ghiaccio.
Ho malditesta, e arriva dalle ginocchia, dalle piante pesanti dei piedi, dalle spalle, dalla pancia, dall'addome e dallo stomaco.

Più cerco di descriverlo, più lo sento, più si espande, scricchiola per il corpo, muta forma e entità, si fa acuto e pulsante, martellante e costante, oppressivo.
Adesso è lui che scrive, per mano mia.
Guardo lo schermo ad occhi semichiusi, per il dolore d'aghi alle pupille: il Malditesta adesso è tanto gagliardo da volersi firmare, ma sono io a dover trovare il finale, perché lui non ha fantasia, sa solo dolere.

I vecchi al supermercato

I vecchi al supermercato son come le patacche in gioielleria. Perché al super ci vanno anche i giovani e gli anziani ricchi e benestanti, ma quando dico "vecchi al supermercato" non vedo carni floride col portafogli pieno, vedo ossicini con giacca floscia e unta, lenti spesse e capelli radi, collant pesanti e rammendati, unghie ingiallite e malinconiche vere. Vedo maglie non pulloverini, braghe non pantaloni, pedalini non calze, pantofole scozzesi col pelo non Timberland giallo diarrea, sportine di plastica smangiata non borse di vitello martellato. Quando dico "vecchi al supermercato" non vedo biologico ma primo prezzo, non frollini integrali coi mirtilli dell'Abetone ma sacchi da un chilo di marie spezzate, non gallette svedesi ma cracker esangui, non avocado e ananas ma mele seconda scelta, non probiotico al malto con bifidus bulgaro ma yogurt bianco in bicchierino anonimo. Quando dico "vecchi al supermercato" intendo quelli che alla cassa nel cestino hanno al massimo sei pezzi, tutti in offerta, e non carrelli da nove sacchetti, quelli che per pagare gli basta un biglietto da dieci più qualche moneta e nessuno gli chiede "Carta o bancomat?", quelli che ti domandi cosa mangeranno tutti i giorni che dio manda in terra se tu due volte di seguito la pasta al sugo che noia. Quando dico "vecchi al supermercato" vedo mia nonna alla Standa e me piccola con gli zoccoletti, e allora mi manca. Quando dico "vecchi al supermercato" certe volte li abbraccerei tutti, anche quelli antipatici. Anche quelli che puzzano. Anche quelli che fuori non mi fanno più tenerezza. Vecchi. Vecchi. Vecchi. I vecchi.

19.11.09

Interno giorno

La prese per i fianchi e cominciò a darle i colpetti che si meritava, mentre lei si dimenava a tempo col metronomo delle chiappe che sbattevano cicciose. Lui grugniva, lei gli rispondeva con le vocali prese a caso. Andarono avanti così per decina di minuti come i bimbi sull'altalena. Poi lei gli prese le mani e se lo caricò sullo spigolo del comodino. Continuarono a lavorare là sopra spostando un libro e l'abajour di schiena. La faccenda si fece più aggrovigliata. Ora lui la teneva per le anche e faticava parecchio a dondolarla sueggiù. Le gambe di lei a ciondolo sul suo collo e il torrente di sudore che gli scorreva sulla nuca. Decisamente troppo scomodo. Si alzarono e cominciarono a girare in camera incollati. Lui coi calzini corti e lei con le nike silver. Sul muro sottile cominciò il groove del tonfo sordo con lui che le gridava di guardarlo e lei che si proclamava la più grande. Quella lì,insomma.
Si mordevano, succhiavano, graffiavano,carezzavano, spremevano, spingevano.
- Va bene, basta così. Buona questa.
Si rivestirono velocemente, qualcuno spense i fari e la telecamera. Poi la troupe andò in pausa pranzo.

La vita in un secchio

A dieci anni Tedspal tentò il suicidio. Aveva litigato con suo padre per una sciocchezza, del carbone impilato male in carbonaia. "Se lo metti così poi quando lo spalo mi ammazzo, cretino, che rotola giù tutto!" In realtà una sciocchezza non era, morire sotto una valanga di carbone nel seminterrato di un palazzo di Viale Monza, ma la sgridata era rimbombata nell'androne davanti a tutti, davanti agli amici del cortile, e Tedspal se l'era legata al dito e aveva deciso di fargliela pagare, a quel portinaio disgraziato che era suo padre. Gliel'avrebbe fatta vedere lui. Si sarebbe suicidato.
Il giorno dopo, tornato da scuola e finito di pranzare, Tedspal era sceso in carbonaia. Si era chiuso dentro col chiavistello e si era guardato intorno nella penombra caligginosa. Aveva trovato il secchio nero e polveroso del carbone. L'aveva preso. Si era seduto per terra e se l'era piazzato davanti, fra le ginocchia. Aveva cominciato a sputarci dentro. La saliva era un pezzo del suo corpo, un pezzo importante, un "fluido", come gli avevano insegnato a scuola, quindi lui avrebbe sputato. Sputato e ancora sputato, fino a consumarlo tutto, quel fluido. Fino a morire.
Prima o poi suo padre sarebbe sceso per avviare la caldaia. Avrebbe girato l'interruttore di bachelite nero, acceso la luce e trovato il secchio traboccante. Si sarebbe guardato i piedi e avrebbe visto le suole a mollo in un basso strato diffuso di un liquido vagamente schiumoso e nero, anche quello nero, nero di carbone. Avrebbe avuto giusto il tempo di domandarsi "Ma che diavolo...?", poi lo sguardo gli sarebbe caduto sulla punta delle scarpe di Tedspal, che occhieggiavano da un angolo della montagnola fossile. Si sarebbe precipitato là dietro. Avrebbe trovato il suo cadavere, il cadavere di suo figlio. E in un'epifania di disperazione avrebbe compreso, la sua bocca si sarebbe spalancata in un urlo straziante che avrebbe fatto accorrere l'intero caseggiato.
Era passata un'ora. Tedspal aveva sputato, sputato con impeto e concentrazione, sputato ancora e ancora, la gola riarsa, la polvere di carbone che gli irritava gli occhi e gli mozzava il respiro. Gli si erano anche spaccate le labbra. E la saliva aveva cominciato a consumarsi. Presto. Prima del previsto. Troppo rapidamente. Era rimasto lì a osservare quei cerchietti umidi e insignificanti sul fondo incrostato del secchio. Cocciuto, aveva ripreso a sputare, finché non gli era montato un dubbio atroce, il dubbio di non farcela. All'ora di merenda era ancora vivo. Vivo, assetato e affamato. A malincuore, l'orgoglio un po' ferito, ci aveva rinunciato. Impossibile. La sua era un'impresa impossibile. Troppa fatica.
Da allora Tedspal non si è più suicidato.

18.11.09

davvero stupido

Davanti a persone sfacciatamente intelligenti mi prende il nervoso, il prurito eczemico, il nodo allo stomaco, la nostalgia del punk, la xenofobia ( indirizzata solo verso quel determinato soggetto, senza alcun riferimento al sesso, al colore della pelle o al credo religioso ), e vorrei mostrarmi davvero stupido, pisciarmi addosso, rovesciarmi una lattina di cocacola in testa, battere le mani facendo uka uka!, emettere grugniti e bollicine dalla bocca distorta in una smorfia scimmiesca mentre mi contorco sul pavimento, indossare calzini spaiati, e vorrei urlargli in faccia Tu in quanto persona sfacciatamente intelligente, con le tue sottigliezze concettuali, col tuo buon gusto anche nel piegare i quadratini di carta igienica per pulirtici il culo, nel tuo apparire elegante anche con una camicia da quattro soldi macchiata di moccio di maiale, con la tua collezione di vinili originali interessantissimi, con le tue letture giuste, con le tue amicizie all’altezza, coi tuoi riferimenti sempre molto pertinenti ed i tuoi lampi di genio buttati lì come una cosa naturale, tu e la pulizia del tuo pensiero e gli anni di pianoforte jazz o di yoga alle spalle, tu, coi tuoi aneddoti e la risata pronta e sei anche bravo a cucinare, se ti ci metti, Tu, tu, tu…!! Ringrazia il tuo dio che io non, ah!… che se no, i -o, sennò-ò, ehhh! Oh! Tiè.

mare verde moccio




Quanto ai piccoli piaceri, come stavo dicendo: ti rendi conto del piacere illecito e sensuale che provo quando mi scaccolo il naso? E' così da quando ero piccola. Una sensazione con una gamma infinita di sottili sfumature. L'unghia affilata del mignolo, così sottile, può raggiungere le incrostazioni e i frammenti di muco della narice e tirarli fuori per guardarli, sbriciolarli tra le dita e con un colpetto farli cadere sul pavimento ridotti in minuscole croste. Oppure l'indice, più grosso e risoluto, può spingersi in alto e tirar giù e fuori grumi di muco giallo-verdognolo, cedevoli ed elastici, appallottolarli fra pollice ed indice per poi spalmare questa sfera gelatinosa sotto il piano della scrivania o della sedia, dove si solidificheranno in incrostazioni organiche. Quante scrivanie e quante sedie ho imbrattato delle mie secrezioni da quando ero bambina? Oppure quante volte mescolato al muco ci sarà del sangue: in secche scaglie marroni o nella goccia vermiglia che all'improvviso macchia il dito troppo rudemente impegnato a raschiare le membrane nasali. Dio, che sensazione voluttuosa! E' avvincente guardare con occhi nuovi abitudini vecchie di anni: vedere un inaspettato "mare verde moccio", lussurioso, pestilenziale, e rabbrividire per l'emozione della scoperta.

(Sylvia Plath, Diari, Adelphi)

17.11.09

effetti collaterali #3

Che poi, dopo una settimana senza quella medicina, molti effetti collaterali gli erano passati. Non faceva più quei brutti incubi, che una volta si è svegliato di notte e credeva di essere cieco. E vedeva tutto nero e non capiva se era cieco o se era tutto buio. E pensava di accendere il cellulare per vedere se vedeva la luce, ma il cellulare era lontano. Poi dopo un po’ si era alzato per accenderlo, e ci vedeva, non era diventato cieco. Che allora, dopo una settimana senza la medicina, non faceva più gli incubi e non era più ansioso. Ma il mal di testa non gli era mica passato.
Allora era andato da un altro medico. Anche perché gli dava fastidio la luce, quella forte. La luce dei neon, gli dava fastidio. E poi quando aveva il mal di testa e guardava le cose, sembrava che uno gliele spostasse proprio mentre le guardava, che non stessero ferme. Chissà se era il mal di testa, pensava. O erano gli effetti collaterali della medicina. Allora era andato da un altro medico che gli aveva detto che aveva un’aura oftalmica, ma lui questa cosa non l’aveva mica capita bene, quella dell’aura oftalmica. Però suonava bene. Mi sa che domani va in ufficio e quando entra dice “oh, ci ho l’aura oftalmica, io”. Tanto per vedere cosa dicono gli altri.

Sostituzioni

dico questa cosa perché ieri sera, al cinema, ho visto una con dei piedi orribili che se li avessi io li nasconderei che altro non saprei che farci. invece quella ragazza, perché era una ragazza, giovane, indossava delle scarpe molto basse ed aperte che mettevano perfino in evidenza l'orribilità di quei piedi orribili, brutti e sgraziati. era una cosa veramente spiacevole da vedere, impossibile non notarli e non rimanere ipnotizzati una volta notati ed a me è venuto in mente che io, nel periodo in cui odiavo i miei piedi, che poi in realtà son dei piedi normalissimi, anzi adesso a distanza di anni li trovo perfino belli i miei piedi e mi domando cos'è che a vent'anni non mi piaceva di loro, ma, all'epoca, io li odiavo i miei piedi mi sembravano i piedi più orribili dell'universo ecco, in quel periodo in cui io odiavo i miei piedi io portavo, anche i piena estate, scarpe che li coprivano completamente, non vi era, nel mio armadio, una scarpa aperta che facesse neanche intravedere la carne, le dita. nulla. d'inverno scarponcini, d'estate le espadrillas o le cinesi. ecco, secondo me quelle coi piedi orribili che non si vergognano di mostrare i loro orribili piedi secondo me stanno tanto meglio di me. ma tanto.

(dal blog spritzallaperol.blogspot.com - per gentile concessione)

dico questa cosa perché ieri sera, al cinema, ho visto una con dei maiali orribili che se li avessi io li nasconderei che altro non saprei che farci. invece quella ragazza, perché era una ragazza, giovane, indossava delle scarpe molto basse ed aperte che mettevano perfino in evidenza l'orribilità di quei maiali orribili, brutti e sgraziati. era una cosa veramente spiacevole da vedere, impossibile non notarli e non rimanere ipnotizzati una volta notati ed a me è venuto in mente che io, nel periodo in cui odiavo i miei maiali, che poi in realtà son dei maiali normalissimi, anzi adesso a distanza di anni li trovo perfino belli i miei maiali e mi domando cos'è che a vent'anni non mi piaceva di loro, ma, all'epoca, io li odiavo i miei maiali mi sembravano i maiali più orribili dell'universo ecco, in quel periodo in cui io odiavo i miei maiali io portavo, anche i piena estate, scarpe che li coprivano completamente, non vi era, nel mio armadio, una scarpa aperta che facesse neanche intravedere la carne, le dita. nulla. d'inverno scarponcini, d'estate le espadrillas o le cinesi. ecco, secondo me quelle coi maiali orribili che non si vergognano di mostrare i loro orribili maiali secondo me stanno tanto meglio di me. ma tanto.

percezioni

Mia nonna si chiamava Elma. Era del '10. 1910 che a leggerlo fa impressione. Sembra un altro mondo, un altro secolo perfino. Che io sono del '69 sembra ieri che se mi dicono uno nato nel '80, uno del '80 per me dovrebbe gattonare per terra che non è ancora capace di dire mamma o cacca e invece c'ha 30 anni. Son cose strane, le percezioni.

16.11.09

Il vuoto astrale

Il concetto di "vuoto" spesso non rispecchia la condizione fisica reale

Per esempio


Per esempio, lui è càunselor. Ha fatto càunselin. Ma va’, ha fatto càunselin? Sì, be’, anch’io ho fatto càunselin. Allora sei càunselor? Di’ giuro? Giuro. Anch’io sono càunselor. Dài, anche te? Bestiale. Ma sai che non l’avrei mai detto? E come mai hai fatto càunselin? Eh, mi ero rotta le palle di stare in negozio, poi un giorno una mia amica che faceva le borse di lana cotta, ma belle, eh, solo che anche lei si era rotta le palle, sempre in giro con la bancarella, allora suo cugino che aveva un bar e si era rotto le palle di fare cappuccini e stava pensando di fare càunselin anche lui, insomma, un giorno le ha detto ma perché non fai càunselin, io conosco uno che l’ha fatto e è una figata, cioè, frequenti questi gruppi nei uìchènd, tipo una volta a Roma, un’altra a Firenze, a Trento, che ne so, e in due anni, senza pressa, ti trovi tipo anche un amico che magari è un po’ in crisi e c’ha bisogno di parlare, tu gli fai sostegno, ti vale come pratica, ci scrivi la tesina e poi c’hai in mano un’alternativa, no? Una figata, ti dico. E così lei ha buttato un occhio in rete e effettivamente ha trovato ‘sta tipa che organizzava un corso a Bereguardo, una càunselor, una che prima faceva la ragioniera ma povera si era rotta un casino le palle, non ce la faceva proprio più, e allora si è iscritta a un corso di càunselin, è diventata càunselor e poi ha deciso di organizzarli lei, dei corsi. Allora questa mia amica si è decisa e era entusiasta, me ne ha parlato, voglio dire, è una molto seria, veramente, così ho pensato di farlo anch’io. Però io mi sono formata con un tipo a Rho, che mi era più comodo... Maddài, però, non lo sapevo che avevi fatto càunselin anche te. E allora? Hai svoltato? Voglio dire, c’hai dei clienti? Sì. Cioè, adesso io faccio il càunselor di settore, ho mollato la banca perché mi ero strarotto le palle, ho messo su il mio spazio e faccio il càunselor a tempo pieno. Grande! E dove? A casa mia. Ah, sei un frilèns. Sì, cioè, diciamo che ho cominciato con una specie di contratto a casa mia. Nel senso? Nel senso che faccio il càunselor condominiale. Il càunselor condominiale? Condominiale, sì, il càunselor condominiale. Sedute individuali e di gruppo. Ho cominciato col mio e adesso ne ho presi due in zona Città Studi e uno a Loreto. Di condominii, voglio dire. Ma sai che è una genialata? Cioè, in pratica ti sei specializzato. Giusto. Bisogna specializzarsi. Che gallo! Praticamente gli fai il càucing, ho capito bene? Eggià, quelli stan sempre a litigare. Senti posso rubarti l’idea? Conosco della gente alla Bovisa che... ma anche a San Donato, cazzo, ora che ci penso. Posso rubarti l’idea? Perché di questo càunselin puro, no, cioè di fare la càunselor càunselor, mi sarei tipo un po’ rotta le palle...

15.11.09

infinite morning lovesong (I was just 23)

avevo in mente tra la pancia e le dita di scriverti questa smisurata mia poesia infinita che ti lasciasse senza fiato una corsa in salita una strada ed un prato una porta aperta una ruota che gira una giostra panoramica una smorfia un po' comica un cono esagerato di fragola e panna montata avevo in mente una canzone stonata una stanza una casa tutta colorata di rosa profumata di finestre spalancata a ginestre e bicchieri ubriachi e bottiglie di birra e bambini di fuori che giocano a palla e la pioggia più allegra ed obliqua un pontile un cortile e vetrine addobbate a natale e castelli di sabbia e la noia la gioia e la rabbia un anello e parole da farci una torta una gonna un bottone un cuscino di piume da farci la lotta e leoni in pigiama a suonarti il violino e mi avresti chiamato di notte ed avremmo parlato per ore con la schiena contro il frigo con la luna sulle antenne anche solo ripetersi il nome un sospiro rubato alle stelle e le frasi lasciate sospese e le cose da dirsi non dette con l'estate negli occhi e la voglia di uscire a incontrarsi in un bar una piazza un albergo sbilenco di carte da gioco con il re e la regina invitati ad un ballo di gatti e cartoni animati in saloni di specchi e saremmo caduti sfiniti in un letto ed avremmo riempito quaderni di sogni e inventato astronavi assaltato pirati e poi pazzi di vita saremmo saltati nel fiume e nuotato sul dorso di rane giganti ed insieme saremmo invecchiati in un giorno ed ancora rinati e stanotte sarebbe diversa se soltanto io avessi saputo

14.11.09

Quando un libro vale

Quando stanco morto vorresti continuare il capitolo ma proprio non ce la fai.

Quando cominci a comportarti inconsapevolmente come un personaggio della storia.

Quando cominci a parlare per citazioni sottolineate di rosso.

Quando a lavoro ti distrai mentre ti annoi pensando a cosa succederà alla protagonista femminile.

Quando ti porti il libro ovunque, meno che al cesso.

Quando corri a casa, apri la porta, ti butti a letto con addosso il cappotto per sapere come va avanti la storia.

Quando infili il libro in ogni discussione anche quando non c'entra niente.

Quando hai finito il libro e vorresti sapere che vita faranno dopo i personaggi.

Quando cominci a cercare ossessivamente ogni informazione possibile riguardante l'autore del libro.

Quando aspetti la trasposizione cinematografica per poi stroncarla successivamente.

Quando parli del libro a una ragazza che ti piace, anche se a lei non gliene frega niente.

Quando vai in crisi di astinenza da lettura e non hai potuto leggere per un giorno intero.

Quando cerchi la traduzione in russo del libro anche se non ci capisci una mazza.

Quando presti il libro agli amici,non te lo restituiscono e te lo ricompri.

Quando scrivi la data d'acquisto del libro sulla prima pagina per ricordarti come te la passavi in quel periodo.

Quando cerchi il libro tra tanti altri sugli scaffali polverosi.

Quando lo trovi in un negozietto di libri usati, nessuno se lo fila e ti incazzi

Quando il libro ti assomiglia così tanto che potevi scriverlo te

la fama, la notorietà e l'arte nel collettivo voci

C'è un bel posto in rete che si chiama Collettivo Voci. E' un posto, questo Collettivo Voci dove i certa gente, i bloggher, leggono altra gente, altri bloggher. Non leggono se stessi, non è una autopromozione. E' un posto dove certa gente legge cert'altra gente solo perché gli è piaciuta. Proprio perché gli è piaciuta. E' un posto molto felice il Collettivo Voci perché lì trovi persone innamorate della scrittura di altri che decidono di regalargli il loro scritto in voce.

Succede dunque che nel Collettivo Voci di oggi, Elena (quella di Londra) ha letto un post di Malcelati 4. Questo post qui.

anni

e c'è questo salice immenso, e il cielo strozzato
nei monti e poi il gelo dove i passeri stanno vicini
e minuscoli giardini dove qualcuno versa da bere
ci sono quelle sere che l'aria si piega sul prato
in un silenzio fiutato prima di tutto dai cani
quando tutte le cose insieme sembrano tacere
dura un minuto forse meno forse appena un fiato
ma è come se ti ricordassi di tutto: d'improvviso le mani
di qualcuno ti toccano la spalla e vorresti vedere
ancora tua madre da giovane e come svelato
il segreto dei grandi che erano stati bambini
con te e poi niente mangiati da altre primavere
ti volti guardi non c'è nessuno solo tu incorniciato
da scogli cortili palazzi vitigni strade nuvole anni.

12.11.09

Se proprio ti convinci a volermi sposare

devi sapere che ho trentadue anni ventuno denti metà dei quali con almeno due carie non arrivo a sessanta chili perdo i capelli al centro della testa ho gli occhi troppo grandi le mani sempre fredde sono pallido hai presente i vampiri mi mangio le unghie soffro di colite nervosa non me l’ha detto un medico l’ho deciso io del mio corpo salverei le mani i piedi il sedere e un’altra cosa di cui se vuoi dopo ne parliamo a tredici anni indossavo di nascosto le cose di mia madre ma non sono diventato omosessuale però mi piacerebbe poter scegliere essere uomo o donna a giorni alterni ho paura dei cani delle automobili ho l’incubo dei ragni soffro di vertigini mal di stomaco melanconie incredibili congiuntiviti atomiche non è un termine medico l’ho inventato io vesto sempre con gli stessi colori ma non sono abitudinario mi piace mangiare schifezze ho preso la laurea a trentun anni ho paura di volare di nuotare di trovare un lavoro fisso tipo impiegato in banca ma tanto non mi chiameranno mai di una donna m’intrigano i piedi le gambe il sedere scoprire se abbiamo gli stessi gusti musicali ma questo è un miracolo se succede dei libri che leggo non ricordo che niente ho pochi amici non frequento parenti parrocchie dipartimenti partiti non sono mai stato in discoteca mai andato a puttane ho terrore degli ospedali sono timido ma socievole poi mi vergogno delle stronzate che dico e mi dico che mi chiuderò in casa per mesi a starmene in pace mi piace scrivere e questa è una cosa che se poi ti decidi ti ci dovrai abituare

Due cinici a Milano

effetti collaterali #2

Conoscevo un tipo che era andato dal dottore perchè non stava tanto bene. Allora il dottore gli aveva prescritto una medicina. E lui, quello che era andato dal dottore, era andato in farmacia a prendere quella medicina. Per una settimana aveva preso le pastiglie, che quella era una medicina fatta in pastiglie. Ma anzichè stare meglio, gli era venuto un gran mal di testa, e i capogiri. Allora era tornato dal dottore, che gli aveva detto di smettere di prenderla, la medicina, che il mal di testa e i capogiri erano gli effetti collaterali. Lui poi gli aveva letti, sul foglietto della medicina, tutti gli effetti collaterali possibili. E aveva visto che, tutto sommato, non gli era andata nemmeno male. Che gli altri, di effetti collaterali, erano anche peggio. Allora aveva smesso di prendere la medicina. Il giorno dopo gli sono venuti gli altri effetti collaterali, quelli che non aveva ancora avuto.

11.11.09

Poesia politica n.36

Qualcuno che lecchi via la stanchezza dalla tua pelle accaldata
Qualcuno che ricordi fino all'ultima goccia scivolata dai tuoi occhi
Qualcuno che rubi alla tua lingua l'alfabeto della grazia
Qualcuno che morda le tue labbra che comunque l'hanno vinta

Qualcuno che appenda falci di luna ai lobi delle tue orecchie
Qualcuno che annodi primavere ai rami scuri dei tuoi capelli
Qualcuno che si affacci dalla punta del tuo naso nobile
Sul giardino pensile del tuo collo francese

Qualcuno che soffi via la pioggia raccolta sulle tue spalle
Qualcuno che disegni la mappa di stelle insonni sulla tua schiena
Qualcuno che beva tè bianco dalla coppa delle tue ascelle
Qualcuno che si smarrisca una domenica a pregare sul tuo seno

Qualcuno che susciti miele dalla ferita del tuo ombelico
Qualcuno che bruci di febbre sui pomeriggi dei tuoi fianchi
Qualcuno che faccia delle sue mani guanti soffici per le tue dita
Qualcuno che navighi fiumi nei solchi azzurri dei tuoi polsi

Qualcuno che canti l'arte del taglio unico della tua fica
Qualcuno che faccia guanciali dei cumuli di neve delle tue natiche
Qualcuno che alle tue cosce sacrifichi eserciti di eroi omerici
Qualcuno che legga destini nell'impronta decisa dei tuoi piedi

esegesi dell'odio

Mi sembra, a me, che son solo capaci di prendermi in giro, la gente, che mi pare, a me, che son solo capaci di girarmi come vogliono, la gente. Come quella volta che Paolo stava con Margherita mentre viveva con me ed alla fine era colpa mia. In quel periodo lì vivevamo in simbiosi noi quattro, io, lui, Margherita ed il suo ragazzo, di Margherita ma poi Paolo si è innamorato e non eravamo più in simbiosi ed era colpa mia, che non mi accorgevo che la simbiosi era passata, andata, alè, che stronza una che non si accorge neanche che le simbiosi prima ci sono e poi non ci sono più. E a quel punto ha preso a regalarmi i CD di Cocciante che io, con rispetto parlando, a me Cocciante, poverino, lo prenderei a randellate sulla schiena. E invece al mio compleanno mi regala Margherita e anni dopo, ma tanti anni dopo, io ho pensato che c'era del bello che lui mi aveva regalato Margherita così ne avevamo una per ciascuno. Una merda di Margherita io ed una cazzo di Margherita lui. Che secondo me, quanto sei cotto non pensi ad altro. Margherita adesso è miaaaa! Ma dai! Anche te? Si, anche io!

Che a me la storia con Paolo secondo me è stata l’inizio della rovina che non ci stavo dentro che era andato via. Prima scopare sempre poi basta. Prima amore-amore poi basta. Prima non posso stare fermo poi basta. Le mani nelle mani. Basta. Margherita adesso è mia. Ma tienitela.

Che io, a Margherita, l’avrei messa sotto con la macchina. Lui, lei, l’altro, dai si suo moroso anche se non c’entrava niente lui poverino ma il ricordo che Margherita era sua e poi era di un altro sarà stato troppo penoso anche per lui una vita triste senza di lei perciò via, sotto la macchina, tutti loro una bella strage e via andare, giorno nuovo vita nuova.

effetti collaterali

Ieri sono stato dal medico. Era una settimana che avevo capogiri, mal di testa, fastidio per le luci troppo forti. Mi ha detto che probabilmente si tratta di effetti collaterali di una medicina che mi aveva prescritto.
Allora sono andato a leggere anche gli altri effetti collaterali.
Stanchezza, irrequietezza, capogiro, sonnolenza, allucinazioni, alterazioni del contenuto dei sogni, incubi, insonnia, formicolio, convulsioni, agitazione incluso comportamento aggressivo, irritabilità, tremore, depressione, pensieri ed azioni suicide.
Poteva andarmi peggio…

Lettera d'amore non spedita

Tra le rose le prose le cose le spose le sere d'estati lontane le nuvole nere le vele le vene le gocce di vino a rigare il bicchiere gli amici vicino che parlano piano le navi pirata nel fiume col vento a favore le strade di sabbia infinite ed il fiore la fame la sete la buccia del cuore ed il culo dei cani la cura del tempo e del lampo la voce la croce dei venti la brace che brucia pensieri e parole e richiami a riempire le stanze le scale a salire le solite sette minuscole note assillanti sui rami del sogno sul filo di seta che danza la curva di ragno sottile che fa la tua calza e quel suono ti abbraccia ti vuole vicina a soffiarti sul collo a spogliarti di voglia a baciarti le labbra che sanno di foglia la lingua la luna con l'ultima stella che dondola e sfiora la pelle del viso accaldata lo senti che lento ti lecca la schiena e si ferma a slacciarti il vestito e scivola e corre incantato nell'incavo dolce che sa e che conosce il riparo prezioso segreto delle tue bianche cosce e ti scrive ubriaco sulla pagina lieve del seno la senti la senti tra i denti quest'aria di neve che nevica sole tra vecchie rotaie tra secchi di noia di stanze mai calde di chiavi perdute di luci già spente di gente che ignora d'avere una vita oltre il sabato sera le luci la strada la terra che trema e una vita una vita soltanto non basta a riempirci le tasche di sassi di sabbia di spine e aspirine ma vieni ma vieni vicina e dammi le dita ferite che andiamo a vedere che cosa ci può capitare a provare che cosa si prova ad avere davvero paura che cosa vuol dire aspettare che cosa si tiene che cosa si perde ogni giorno con gioia e coraggio che cosa rimane alla fine del viaggio quand'ogni stanchezza scompare ed è allora che voglio soffiarti nel cuore il mio nome che voglio fermarmi nella tua mano e farti sentire in un filo di voce gentile che pioggia e che vento che soffia e che pioggia e che vento e che t'amo.

malcelato4

Dalla finestra di cucina

Dalla finestra di cucina vedo il sentiero nel bosco e la casa dei vicini. Due comignoli che fumano, finestre con gli scuri e i pali portanti di un futuro steccato. Spero. Spero che sarà uno steccato. La terra libera che arriva in casa è più bella ma, se devi tracciare un confine, allora che sia uno steccato. Non un recinto, che sa di animali. Non una cancellata, che sa di ferro. Non una recinzione, che sa di rete. Non una palizzata, che sa di invalicabile. Non una siepe, che sa di timidezza. Non un muro, che sa di clausura. Uno steccato. Che sa di legno e di Tom Sawyer col pennello in mano. Uno steccato, che si può scavalcare. Uno steccato, per i bambini che giocano, i cani che pisciano e i gatti che fuggono. Uno steccato, che si scheggia al sole e marcisce piano sotto la pioggia. Uno steccato, che ogni tanto perde un dente. Uno steccato, di assi e di chiodi. Che un uomo può farlo senza dover chiamare nessuno. E quando rientra appoggia il martello, si leva gli stivali e si lava le mani. Si siede a tavola e mangia. E poi si riposa.

10.11.09

E' sempre la stessa storia


C'era una volta uno stercoraro, più sterco che raro, ignaro del fatto che quello che spingeva con le sue zampette posteriori - camminando all'indietro - fosse una grande e maleodorante pallina di cacca. Questo bizzarro animale dalla pindarica fantasia camminava fiero come un leone e sosteneva di essere una principessa sul pisello. Il che ci pone più di una domanda sulla sua sessualità. Ma questa è un'altra storia... C'era una volta una formichina laboriosa, più -ina che -osa, che spingeva la sua briciola di pane. La formichina è un animale molto più piccolo e lento dello stercoraro, ma questa qui è la storia di prima...

la testa impegnata

quella volta che avevo bisogno di impegnare la testa mi son presa il cane Nello. il cane Nello non era importante quanto tempo tu passassi fuori in giardino per fargliela fare. il cane Nello restava concentrato nella sua costrizione ed attendeva di entrare in casa, per liberarsi.
impegnavo talmente tanto la testa nel tentare di evitare di rendere la casa una latrina e nel non riuscire ad evitare di rendere la casa una latrina e nel pulire in continuazione la latrina che era diventata la mia casa che due giorni dopo l'ho riportato in negozio che mia figlia, Sara, aveva una fortissima allergia al pelo del cane Nello. povera Sara, aveva pianto tutto il pomeriggio all'idea che riportavo indietro il cane Nello.
a dir la verità poi non c'era nessuna allergia. a dir la verità non c'era nessun pianto. a dir la verità non c'era neanche una figlia Sara. però è un nome che m'è sempre piaciuto.

Lettera a Topolino (n.2805)

Aiuto, non so cosa fare! Siamo tre amiche del cuore, io, F. e G. Un giorno F. mi ha confidato che le piace M., cioè lo stesso ragazzo che piace anche a G. Io credo che F. abbia più possibilità di G. di conquistare M. perché è il tipo che piace a lui: potete chiedere agli amici di Topolino che si sono trovati nella mia stessa situazione come si sono comportati? Io sono in imbarazzo e non so come dire a G. una cosa così dolorosa...


Carlotta